Crisi italiana.
By Fabio Sallustro at Feb 12, 2010 |
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Quanti passi ci separano dal conflitto sociale conclamato?
La zona geografica: la ricca Lombardia.
La specializzazione: parliamo di aziende fortemente legate a realtà che richiedono conoscenze specifiche.
La forma di lotta: gesti che richiamano l'attenzione. Scelte espressive che talvolta trovano spazio nonostante indirizzi sindacali di diverso orientamento.
Non sono un fanatico del metodo induttivo applicato alle lotte sindacali e le variabili in gioco nelle analisi economiche sono troppe per un post, un blog od anche un semplice libro.
Ma fatta questa premessa non posso esimermi da alcune considerazioni.
Le aziende chiudono e questo, ben oltre ogni blog, articolo o servizio, tutto questo getta nel dramma centinaia di migliaia di persone.
I lavoratori restano soli a combattere una battaglia che li vede sempre più spesso sconfitti.
Il giorno prima una famiglia vive una quotidianità faticosa ma gestibile.
Il giorno dopo questa parvenza di normalità si frantuma.
Recuperare diventa difficile e a quel punto chi si trova nel dramma sarà, inevitabilmente, disposto ad accettare ogni proposta.
Arrivare all'attenzione dei media risulta essere l'unica strada che davvero conduca alla possibilità di una soluzione dignitosa nel crollo.
E tanti saluti alla forza dei sindacati che giorno dopo giorno perdono valore.
Per gli errori commessi presenti e passati e per la violenza di una crisi che non sanno come gestire.
In questa cornice abbiamo i dirigenti, troviamo gli operai che non ci credono, i dipendenti senza interesse.
Ognuno di loro, di noi, è ugualmente responsabile.
L’Italia, nel decennio 1996-2005, è risultato il paese con il più alto numero di morti sul lavoro in Europa
Perdendo la vita, restando senza arti, ferendosi gravemente e in modo permanente.
http://mortisullavoro.wordpress.com/
http://it.wikipedia.org/wiki/Caduti_del_lavoro
http://laborsta.ilo.org/
Ed è doppiamente colpevole perchè dovrebbe proteggerli ed invece rinuncia dove sarebbe più importante mostrare forza.
Se non accetti condizioni di lavoro estreme ti licenzio.
E se le accetti crepi.
Se ti va bene ... invece verrai licenziato a causa della crisi, questo mostro che ormai possiamo scatenare tutte le volte che ci fa comodo per giustificare i tagli.
Sono loro i nemici.
Se questa è una guerra, e lo è a vedere dal numero di morti, identificare il nemico è questione di poco.
L'impero, il sistema ed i suoi soldati in giacca e cravatta.
Ma sarei uno stupido se non vedessi dove siamo arrivati.
I compromessi in nome del realismo io li chiamo sconfitte.
Perchè, se dovessi usare un grammo del presunto raziocinio che ci viene richiesto per accettare la soluzione meno traumatica, allora mi verrebbe da ribaltare il tavolo e chiedere loro se la real politik nella contrattazione abbia portato il giovamento che ipotizzavano.
E non solo per quanto mi riguarda ma per quanto riguarda il resto dei lavoratori.
Punto l'attenzione sulla Maflow ma sarebbe possibile trovare parallelismi in molti degli altri casi.
Ecco allora che gli strumenti del social networking diventano cassa di risonanza acustica.
Resta il problema dell'attendibilità delle fonti ma, a livello locale, questo è un falso dilemma: le verifiche possono essere fatte sul campo.
Una marcia.
In tutte queste espressioni continua ad emergere puntuale una tendenza: i media tradizionali silenziano quello che internet, il movimento e i lavoratori cercano di far emergere.
E' difficoltoso governare una crisi così ampia.
Dire agli elettori che va tutto bene e contemporaneamente sedare le rivolte degli operai che restano senza lavoro.
Ben oltre qualunque dichiarazione restano questi dati:
"L’istituto Cerved ha calcolato che nel terzo trimestre del 2009 i fallimenti avviati sono stati 1.735, pari al 40% in più dell’omologo periodo del 2008; considerando l’arco dei primi nove mesi, il numero totale (6.309) supera del 27% l’analogo dato dell’anno passato."
"E ancora più significativi sono i dati sui concordati preventivi: da gennaio a settembre del 2009 ne sono stati avviati 664, pari addirittura al 76% in più rispetto a quelli iniziati nei primi nove mesi dell’anno scorso."
E nelle zone ricche...
"Le Regioni più interessate dai fenomeni concorsuali sono naturalmente quelle con il maggior numero di imprese, a partire dalla Lombardia; in particolare, nella provincia di Brescia i fallimenti sono cresciuti del 93%. I settori più drammaticamente colpiti sono il tessile e il meccanico dove moltissimi dipendenti in cassa integrazione sono stati costretti a vendere oro vecchio per riuscire a fare la spesa o a pagare il mutuo. "
E non solo la Lombardia.
Ha ragione. Ma non nel senso in cui crede.
(lasciamo perdere la facile ironia che scatenano parole come: << Non sarebbe meglio per tutti rispettare la libertà dell'impresa, vincolando quest'ultima soltanto, ma seriamente, a farsi carico fino in fondo dei costi sociali delle sue scelte?>>
La libertà di impresa? Ma Ichino in che mondo vive? In che schieramento si trova? Chi difende? )



Considerazioni varie
By Sallustro, Fabio at Feb 17, 2010 17:01 PM
Grazie alla scarsa facilità di registrazione di questo sito incollo, come al solito, una risposta inviatami a riguardo.
In questo caso mantengo integrale il testo ed eventualmente mi riservo di intervenire per ulteriori considerazioni.
Grazie.
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A livello di economia globale, non credo di essere in grado di esprimere pareri perché la situazione è veramente complessa; il mio pensiero comunque abbraccia più un punto di vista etico-filosofico che non intendo sviluppare in questo contesto, in quanto non ne possiedo le capacità e in quanto credo che la crisi italiana e mondiale sia sintomatica di una diversa scala di valori, o meglio, di una perdita di valori e obiettivi che contemplerebbe un’attenta analisi socio-culturale, politica, ambientale e strutturale troppo vasta per essere discussa in questa sede.
E non entro nel merito di un paragone tra la situazione odierna e quella di 20 anni fa per diverse ragioni; in primis perché non posso parlare di esperienze che non ho vissuto direttamente e, in secondo luogo perché, essendo donna, non credo tornerei indietro nel tempo, quando le donne occupavano perlopiù posizioni produttive, di sostegno, assistenza, insegnamento, con dignità certo, ma generalmente senza potere decisionale socialmente riconosciuto.
Mi concentro quindi su una micro visione della problematica in questione, su quelli che sono stati i cambiamenti lavorativi degli ultimissimi anni, su una percezione - corretta in parte, ma a mio parere fuorviante da un altro punto di vista - di quella concezione di flessibilità tanto contestata dalle correnti più estremiste e tanto malinterpretata e malamente strumentalizzata da chi invece poteva gestirla come vera fonte di ricchezza.
Il nocciolo della questione è, secondo me, cosa si è voulto fare delle riforme, al posto di cosa di poteva e doveva fare delle stesse.
Cosa doveva portare, ad esempio, la riforma Biagi (L. 30/2003 e poi D. Lgs. 276/2003, D. Lgs. 251/2004 e L.80/2005) a favore dei lavoratori? In sintesi: più tutela giuridica e contributiva, più sicurezza, più flessibilità per i lavoratori stessi, più agevolazioni per le categorie svantaggiate (persone con handicap, donne, persone non più giovanissime, ecc.) e maggiore professionalità - vi ricordate come ci aiutavano i Centri per l’Impiego nella ricerca di lavoro?
In dettaglio:
Per un commento più approfondito vedi anche ebitemp.it/files/Rap.%20Innovaz.%20Riforma%20Biagi.pdf
Ma… facta lex inventa fraus, e non sarò io qui a trovarvi l’inganno!
Cosa è cambiato invece?
Risposta scontata: lo vediamo tutti i giorni in questa crisi che abbraccia i settori manifatturieri in generale, sicuramente quelli legati al settore automotive (non solo metalmeccanico, ma anche gomma-plastica e chimico per esempio), quelli legati all’edilizia, e ancora il settore tessile. Un po’ meno, seppur di contraccolpo, i settori legati alla cura e al benessere, quello farmaceutico, l’alimentare e i settori legati allo sviluppo di nuove tecnologie.
Cosa è mancato in questi anni?
Personalmente lo riassumerei in tre semplici parole: impegno, formazionee soprattutto onestà.
Le aziende, per esempio, hanno introdotto macchinari sofisticati, ma non personale in grado di sfruttarli al meglio nelle loro potenzialità, non riuscendo quindi ad ammortizzare i costi di produzione.
Le persone oggi difficilmente sono inclini ad imparare un mestiere (manuale o intellettuale che sia) e la società è ormai sovraccarica di professionalità generiche che poco valore aggiunto danno alla conoscenza e all’innovazione, requisiti indispensabili per sopravvivere in un sistema di libero mercato.
Ai vecchi raccomandati per conoscenze o amicizie, si sostituiscono sempre più oggi coloro che con ogni mezzo assecondano l’interesse economico dell’azienda o, ancora peggio, l’interesse “umano” a ripulire l’ambiente di lavoro da elementi troppo onesti e considerati scomodi.
Il sindacato, nato come organizzazione a sostegno dei lavoratori, è ormai diventato un movimento politico che ha perso di credibilità, è troppo frammentato e troppo poco volitivo in termini di contrattazioni. Le grandi aziende hanno spesso poca rappresentanza e questo, a mio parere, non tanto per una questione legata alle flessibilità contrattuali, bensì per questioni culturali e legate alla mobilità e al turnover interno. Nella mia azienda, per esempio, il 95% del personale è assunto a tempo indeterminato e gli iscritti al sindacato non raggiungono il 6%. Come mai?
Colpa di ognuno di noi?
In parte sì, certamente, perché a noi comuni cittadini che non possediamo mezzi di comunicazione che ci permettano di rappresentarci agli altri come dei, rimane il compito faticoso di conquistarsi la credibilità e i consensi con l’onestà e l’impegno, se vogliamo davvero ottenere qualcosa.
Colpa delle aziende?
Sì, se invece di tagliare il personale partendo dall’alto e rivedendo i compensi di persone che potrebbero far vivere almeno 3 generazioni di sola rendita, operano tagli a partire dal basso, potendo oltretutto usufruire di agevolazioni in nome della crisi. Il colmo viene poi raggiunto quando chi sta alle direttive si sente persino in pace con la coscienza se, grazie ai tagli di decine di operai, riesce ad eliminare anche un “pezzo grosso” che ormai non produceva più e, anzi, danneggiava l’azienda, sia in termine di immagine, sia in termini economici e di know-how acquisito.
Colpa del sistema?
Sì, perché istituita una riforma, bisognerebbe occuparsi anche di metterla in opera e di farla rispettare.
Sono passati più di 7 anni e continuo a chiedermi quali siano le funzione dell’Ispettorato del Lavoro, che casualmente ha esercitato controlli altrettanto casuali sul mio territorio solo un paio di mesi prima delle elezioni comunali.
Un altro ampio capitolo si dovrebbe poi aprire sul capitolo “fondi per la formazione finanziata” , ai quali le APL versano obbligatoriamente il 4% delle retribuzione coorisposte ai lavoratori somministrati…. Ma in cambio di cosa? Di corsi di formazione strumentalizzati quasi esclusivamente come leve commerciali per l’acquisizione di nuovi clienti, in virtù dei rimborsi loro elargiti, ma che di contenuti professionalizzanti per chi li segue ne contengono davvero pochi (e questo è il migliore dei casi, perché non voglio entrare nel merito di vere e proprie truffe che continuano a sorgere in questo ambito per accaparrarsi il più possibile tali fondi).
Mi chiedo inoltre perché i sindacati nelle contrattazioni continuino a proporre prolungamenti di mobilità, sussidi di disoccupazione eterni e quant’altro… come se l’INPS fosse una fonte inesorabile di denaro a vendere.
Perché non si propongono ad esempio seri sistemi di re-inserimento nel mondo del lavoro? Perché non si obbligano le aziende ad inserire buone percentuali di lavoratori “stagionati” magari con l’obbligo di mantener loro anche una certa minima anzianità retributiva? O l’obbligo di inserire donne di età compresa tra i fatidici 25 e 40 anni, le sempre temute fonti di nuova vita? Perché alle persone di una certa età che non abbiano maturato una professionalità specifica e quindi difficilmente ricollocabili, non viene detto loro che per la nostra società ormai sono diventati poco utili da un certo punto di vista e devono cercare di ridimensionare un minimo le proprie pretese se vogliono continuare a lavorare? Perché fino all’anno scorso non riuscivo a trovare persone disposte a lavorare, in quanto preferivano stare a casa godendosi mobilità e disoccupazione? Fino a che punto sono giusti gli ammortizzatori sociali se non c’è un sistema che ne controlli gli abusi, sia per quanto concerne le aziende che i lavoratori? Perché le persone oggi in mobilità nella maggior parte dei casi stanno lavorando – in nero chiaramente?
Con questo non voglio semplicemente condannare chi disonestamente usufruisce degli ammortizzatori sociali; siamo noi che ne facciamo uso disonesto, ma è anche il sistema che ci incita a farlo e, in momenti di forte crisi, forse chiunque lo farebbe per “tirare avanti”.
Sono a favore di uno stato assistenzialista, sì… ma di uno stato assistenzialista semplicemente “gestito”, perché qui non si può ancora parlare di buona o cattiva gestione; la gestione a mio parere non esiste proprio ed è solo l’illusione di chi ce lo fa credere.
Colpa del singolo?
Non sempre perché le persone comuni hanno spesso troppa paura ad esporsi.
Assolutamente sì e in toto, se questo detiene quasi il monopolio dei mezzi di comunicazione e li utilizza da despota con l’inganno e la menzogna.
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grazie ...
By Ishaq, Arif at Feb 12, 2010 20:10 PM
.. Fabio!
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