E perché scusarsi per quegli applausi?
By Fabio Sallustro at May 12, 2011 |
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E' solo un equivoco.
Non credo onestamente che gli industriali debbano scusarsi per aver applaudito l'uomo che ha, secondo sentenza di primo grado, provocato la morte di sette persone.
Lo dico senza ironia.
Perché?
Pensiamoci solo un secondo.
L'Italia, in Europa, è prima per il numero di morti sul lavoro.
Circa 3 al giorno.
Ogni giorno, insomma, crepano 3 tizi, non raramente extracomunitari in nero, e così noi riusciamo a mantenere stabile il nostro primato.
Alla Thyssen questo merito italico viene preso sul serio, insomma con i numeri non si scherza.
E per riuscire a mantenere la media spesso si rivela necessaria qualche azione importante.
Così si pensa di rimandare a domani (la messa in sicurezza di alcuni impianti) quello che si doveva già fare ieri.
Soprattutto perché per il domani è prevista una dismissione.
Un bel giorno però scoppia un incendio e sette tizi finiscono al creatore.
Sette famiglie distrutte e tanti saluti a tutti. Il primato è ancora nostro.
Crudo?
No, solo la sostanza.
Arriva la sentenza e l'ammnistratore delegato -tedesco- si becca 16 anni (circa) in primo grado.
Sconcerto e paura tra tutti gli imprenditori, non solo per il numero di anni inflitto al colpevole, ma anche per il tipo di condanna.
-omicidio volontario con dolo eventuale-
...
Fino a qua la cronaca.
Quel giorno, quando è scattato l'applauso è accaduto qualcosa di speciale.
Non è stato un singolo che svogliatamente ha deciso di darsi una manata sul palmo.
Non due tizi che si sono dati un cinque.
No: un gruppo di persone, elite e rappresentanza della classe economica dominante, ha spontaneamente e di getto espresso solidarietà ad un pari grado.
Portatori di un invidiabilie merito di morte hanno reso omaggio ad un campione della categoria.
Non parliamo di gente di questa terra.
Possono sembrare uguali a noi ma non è così.
Quell'applauso è il loro linguaggio.
Così, arrivo al punto.
Perché non chiedere scusa?
Perché le scuse sono umane, rassicuranti, contestuali.
Le scuse ci dicono che qualcosa è stato sbagliato, che è stato commesso un errore, che qualcuno ne ha preso atto e si rammarica.
Io le scuse non le voglio: l'applauso è ben accetto perché ricorda che, anche quando ci sforziamo di non essere manichei, arriva sempre un segnale a rammentarci che "loro", nelle stanze del potere, restano "loro" e il resto del mondo, che sia un torcia umana od uno sfruttato, resta un costo inutile.
Si tengano il loro applauso.
A "noi" sembrerà sempre agghiacciante.
Surreale.
E a "loro" sembrerà sempre un errore di percorso.
Qualcosa da riparare spendendo qualche soldo in più.
Ma le scuse, quelle no,
non ci provino.



Scuse sì
By Volpe, Giuseppe at May 15, 2011 10:36 AM
Le scuse sono doverose, secondo me.
Ma non mi riferisco alle scuse che sono state offerte, pur non dovute, dal rappresentante degli industriali.
Mi riferisco alle scuse che NON sono state presentate, anzi neppure prese in considerazione, all’amministratore delegato della Thyssen Krupp da parte del popolo italiano.
Ma come? Questo signore viene in Italia a creare posti di lavoro, capita un incidente e viene montato su tutto questo bordello e addirittura una magistratura, evidentemente komunista, si permette di condannarlo?
Ma dài! Ma cos’è, il mondo sottosopra? Siamo impazziti tutti? Per forza che nessuno viene a produrre in Italia e che chi in Italia produceva se ne all’estero dove viene accolto come un benefattore (Marchionne docet).
Io credo che dobbiamo darci tutti una gran calmata e ricordare qual è il posto di ciascuno.
Chi comanda deve poter comandare, senza mille lacci e laccioli. E si deve baciare la terra dove camminano gli imprenditori nostri e quelli ospiti e debbono essere concesse loro sovvenzioni, agevolazioni, esenzioni, onori e gloria nei secoli dei secoli, tra i troni e le dominazioni e gli angeli e gli arcangeli ei cherubini e i serafini, alla destra del Padre.
Chi, senza merito alcuno ma solo per generosità dell’imprenditore, viene beneficato di un posto di lavoro, di remunerazioni fuori da ogni logica economica (altrove lavorano per un pugno di riso) di contribuzioni previdenziali e assistenziali, di mense, rimborsi chilometrici, di indennità di questo e di quello, ferie pagate e tredicesima, diritti sindacali, premi di produzione, di ambienti di lavoro sicuri, confortevoli e moderni e di tecnologia all’avanguardia, si sforzi almeno di fare il proprio dovere e di non essere d’intralcio prendendosi il lusso di morire in fabbrica o nei cantieri o nei campi o, succede anche questo, negli uffici (o a causa degli uffici). Un po’ di senso di responsabilità, per Dio!
E dunque mille scuse al boss della Thyssen Krupp e ai tutti i suoi colleghi padroni e padroncini di tutto il mondo uniti. Gente così noi non ce la meritiamo. Non ce la meritiamo proprio.
***
PS: Poiché ultimamente gli imbecilli pullulano e i farabutti strumentalizzano, preciso che tutto quanto precede è frutto di amarissima rabbia espressa utilizzando l’arma dell’ironia e del sarcasmo.
Ai familiari, parenti, amici, colleghi delle vittime della Thyssen Krupp e delle vittime di ogni fabbrica, campo, ufficio e cantiere, di ogni prevaricazione, di ogni tentativo di sbarco, di ogni tentativo frustrato di trovare un lavoro dignitoso o semplicemente un lavoro quale che sia, delle vittime della disperazione che ne consegue, le mie scuse, sincere, se la mia ironia può essere sembrata loro irrispettosa. Le mie scuse anche ai familiari di quegli imprenditori (pochi, ma ce ne sono stati, e sempre piccoli) che, profondamente coscienti delle loro responsabilità nei confronti dei propri collaboratori, quando sono stati travolti dalla totale mancanza di etica della ‘competizione globale’, hanno scelto il suicidio come testimonianza finale del loro, obsoleto?, senso morale.
E’ ora (lo è da tanto tempo) di smetterla di seppellire le vittime di un sistema iniquo. E’ straora di fondarne uno alternativo.
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